La nuova frontiera della scuola digitale
La nuova frontiera della scuola digitale

La nuova frontiera della scuola digitale

La nuova frontiera della scuola digitale. La Scuola tutta, si è trovata brutalmente catapultata in una nuova dimensione. E quando dico la scuola mi riferisco non solo ai docenti ma anche alle famiglie. Gli uni e gli altri sono le facce della stessa medaglia. L’avvio evidentemente non pianificato di questo improvviso cambiamento, battezzato Didattica a Distanza (DaD), per tutti gli attori coinvolti ha creato un grande scombussolamento, certo il male minore rispetto all’emergenza sanitaria, ma i cui effetti non sono da trascurare. Tralascio l’ubriacatura degli studenti per l’improvvisa vacanza, ma già dalla settimana successiva alla chiusura, ho potuto registrare quanto fosse traumatico questo cambiamento. Citavo le famiglie, e a ragione. Si è trattato di una vera e propria invasione degli spazi familiari, quelli privati, ancora una volta da entrambe le parti.

Si sorride a come improvvisamente si sgretolano quelle formalità (non mi riferisco certo alla gravitas di un tempo) nel rispetto dei reciproci ruoli (insegnante di tuo figlio/ genitore).

Sei in live alle 8 del mattino e mamma e papà dei tuoi studenti ti chiedono di condivere il caffè, intanto il gorgoglìo sembra trasmetterne l’aroma, così nell’attesa che la “classe si colleghi” sei già in overdose da caffeina….Oppure quando giunta all’acme dell’ispirazione, durante un brano di epica, da attrice consumata tenti di mantere i nervi saldi e sperare che quella mamma in bilico su una sedia ed un ardito sgabello, nel tentativo di sistemare un inopportuno palo di tenda proprio dietro le spalle della figlia, non precipiti rovinosamente sul pavimento.

Per non parlare del mio spazio privato, appunto, speculare a quello di tutte le famiglie d’Italia con figli che sperimentano la DaD. I miei figli, quindi, alle prese con i loro collegamenti, e che disperatamente richiedono la mia attenzione durante i miei live, perchè proprio in quel momento psw, account e app in una sorta di muto cameratismo tecnologico, a turno decidono di non funzionare, quando io stessa cerco di raccapezzarmi nell’ uso dell’app indicatami dalla mia scuola.

In realtà va dato merito a questa generazione di ragazzi di come siano apparsi da subito a proprio agio nell’utilizzo di questi apparati. Fosse solo per l’appropriazione solidale del linguaggio gergale in termini di app, ormai pienamente convezionale tra loro: “Prof. Non la sentiamo. Deve SMUTARE!!” Un innato e stagionato self control mi aiutano a non perdere di credibilità con loro, di quella che “sta sul pezzo” e recuperare il neologismo, perché di questo trattasi, vale a dire levare il “mute” inserito inavvertitamente.

A tutto ciò non corrisponde una scontata(?) serenità nell’affrontare le proposte didattiche, programmate come se fossimo a scuola. Appunto come se fossimo a scuola, in classe.

Tutti i ragazzi hanno esplicitato una percezione straniante, decontestualizzata di quel modo di fare scuola, così diverso da quello conosciuto ed appreso da quando ne hanno varcato la soglia. La comodità di starsene a casa ed imparare non ha più lo stesso appeal, lo stesso valore, lo stesso “strazio”, come riferiscono, in merito al carico di lavoro didattico. Sono però bravi. Hanno continuato a studiare. A svolgere i compiti dati e a mostrare, chi più chi meno, interesse durante queste video lezioni.

Ma quanto durerà la loro motivazione?
La maggior parte di loro mi chiede ogni volta. Quando ritorneremo a scuola? Sento nel tono delle domande la nostalgia degli spazi condivisi con i propri compagni, del loro TEMPO, il tempo scuola, fatto di suoni di campanella che scandiscono la loro vita, i loro interessi, i loro timori, le loro gioie, le loro ansie e le loro speranze, i primi amori. Il loro mondo, insomma. Lo spazio a loro riservato non solo per apprendere ma per affacciarsi alla vita. Lo si capisce molto bene, lì dove alcuni alunni non tollerano nemmeno un passaggio rapido dei familiari durante le dirette.

Manca loro non poter uscire e fare una passeggiata, mi dicono ovviamente anche questo. Si raccontano tanto. Ad es. ad alcuni non mancano le attività extrascolastiche, quelle imposte dalla mamma. Ma la scuola sì. Quella manca. Una sorpresa ed un conforto. Grande. Non manca chi tra loro in riferimento al nóstos ( ritorno- in greco) celebrato nell’Odissea, spontaneamente e correttamente, vi aggiunga -algia ( álgos- dolore- in greco), per quel gioco di indizi greci e latini sedimentati nella nostra lingua. Nostalgia, quindi. Quel desiderio del ritorno tale da provocare dolore…malinconia nel riampiangere cose, luoghi e tempi ormai trascorsi. Nostalgia per quelle ritualità che iniziano dal mattino, quando assonnati si ritrovano nel cortile della scuola e si abbracciano e si prendono per mano e sbuffano e rallentano il passo al suono della prima ora.

Talvolta quando siamo sopraffatti dalla fatica emotiva del nostro lavoro, noi insegnanti sembriamo tutti percepire la stessa negatività: di avere a che fare ogni anno scolastico con generazioni di ragazzi sempre più superficiali, viziati, già prepotentemente polemici, potenziali egoisti e qualunquisti. Ma sappiamo che non è così. Lo dimostra anche questo momento. Eccoli senza filtri, nella loro essenza. Sono “solo” adolescenti, fragili. Se c’è qualche guasto, beh la colpa viene da noi adulti. Non ci sono dubbi. Questo tempo, questo virus ci detta nuove pagine da scrivere anche sulla scuola.

Le famiglie ci stanno ospitando e forse finalmente hanno modo di rendersi conto del LAVORO di un insegnante, della professionalità, delle competenze specifiche a servizio delle nuove generazioni e, quindi, della nostra società.
L’Italia ha peccato molto. E ne paga un prezzo altissimo. Ha risparmiato e taglieggiato la sanità e l’istruzione.
Due pilastri fondamentali di un Paese che voglia dirsi autenticamente moderno.

Noi tutti ne paghiamo le conseguenze per il numero dei morti di queste settimane ma anche in termini di coscienza civile…di FORMAZIONE di una coscienza civile. Solo a partire da un sistema di istruzione solido che abbia ben chiaro la sua mission, si può pensare di ricostruire non ciò che eravamo, ma ciò che sceglieremo di essere d’ora in avanti.

La paidéia autentica non quella millantata dai tanti governi, ma quella centrata sul concetto della educabilità della persona si afferma proprio fra i banchi di scuola. Non è un flusso di dati governati e governabile da un big data. È molto altro. È altro. È la trasmissione di cultura e di valori morali (politici), per raggiungere il fine più alto dell’esistenza umana: il bene.

Studiare vuol dire quindi conoscere il bene e fare bene, perchè sono la stessa cosa. Chi fa il male ignora il bene autentico.

Per chi si intende di filosofia o di diritto riconoscerá il pensiero di Socrate, da cui prenderà l’abbrivio la storia pedagogica occidentale, ma non solo. Per Socrate l’uomo e il cittadino coincidono, sono un tutt’uno, e il filosofo pagherà questa fermezza, coscientemente, con la vita. La sua rettitudine non gli farà scegliere la salvezza nell’esilio.

Per concludere, il pensiero di Socrate non è qualcosa di trasmissibile con domande a quiz, immediatamente misurabile, è un patrimonio intellettuale trasferibile in un luogo ben definito: SCUOLA. La discendente della σχολή (scholè), l’otium latino, il tempo da dedicare all’amore per la conoscenza ed il sapere.

La scuola, il laboratorio maieutico per eccellenza. I docenti, gli specialisti in grado di predisporre quelle esperienze formative che attivino in ogni studente competenze, capacità e sapere. Ciò dovrebbe accadere in ogni luogo nel nostro Paese.

La Scuola, quindi, contenitore fisico e spazio virtuoso, per troppo tempo immolato da conti disumanizzanti, le cui conseguenze sono la chiave di lettura anche di certi malgoverni di politici cinici e di cittadini completamente scollati dall’uomo tracciato da Socrate.

La Scuola, suo malgrado, brutalmente è stata catapultata ad affrontare con pochi mezzi ( formazione e materiali) nuove sfide, forse si è trovata nei pressi di una nuova frontiera. Non si è sottratta. È nel suo DNA reagire in maniera immediata ad ogni cambiamento e dimostrare una grande adattabilità e soprattutto la sua presenza, nonostante le grandi difficoltà e la mancanza di risorse, quest’ultima ormai endemica nel sistema scolastico.

Da docente e da cittadina spero tanto che dopo questa emergenza ci si prenda cura anche della scuola. Il messaggio dovrebbe essere arrivato questa volta forte e chiaro. Ripensare cioè ad una scuola in grado di formare in modo autentico, e forse in un futuro non molto lontano non si parlerà più di ponti che crollano, di malasanità, ma di un Paese moderno perché abitato da uomini- cittadini.

Vittoria Valentino

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