Covid-19. Chiudere tutto non serve

Covid-19. Chiudere tutto non serve

Più tempo passa, più i dati a nostra disposizione ci permettono di valutare se la gestione delle Pandemia, fatta attraverso il distanziamento sociale, sia stata quella più corretta o meno.

Certo, con il “senno di poi”, tutto risulta più semplice, ma anche prima che il Covid-19 facesse capolino dalle nostre parti l’esperienza cinese avrebbe dovuto insegnarci qualcosa in più di quanto poi non abbia realmente fatto. Nonostante la vitalità del Coronavirus fosse stata riconosciuta anche dalle stesse autorità cinesi (magari con ritardo rispetto a quanto poi è stato fatto realmente) ci siamo fatti prendere completamente impreparati tanto che, più che di un problema sanitario, a rileggere la vicenda si è trattato più di un problema della sanità, impreparata a riconoscere la malattia in arrivo.

Sono stati i medici del territorio i primi ad ammalarsi ed a contagiare altri pazienti, poi è toccato ai pronto soccorsi, agli ospedali interi, alle strutture per anziani. Il terribile tributo pagato proprio da medici ed infermieri in termini di vite umane ne è la più chiara e palese evidenza. Così in quel momento, una volta scoppiata la Pandemia, non ci sarebbe stata altra strada da percorrere se non quella poi effettivamente scelta: il distanziamento sociale.

Chiudete tutto!!!

E gli italiani hanno risposto.

Ma ora la riapertura sembra lasciare intravedere cicatrici molto più profonde di quanto non ci si aspettasse. I ritardi colossali e burocratici del Paese in cui viviamo hanno fatto un numero imprecisato di vittime tra imprese, piccole aziende, locali commerciali, ristoranti, botteghe di ogni genere. A livello internazionale sono fallite società come Hertz, la più importante compagnia di autonoleggi al Mondo e Lufthansa è stata salvata dallo stato tedesco, tanto per citare solo un paio di clamorosi esempi. E proprio oggi, l’Organizzazione Mondiale per il Lavoro ha dichiarato che più di un ragazzo su sei ha perso il lavoro a causa della Pandemia.

Ma la strada intrapresa era quella corretta? E’ stato giusto chiudere tutto? Se ci dovesse essere una seconda ondata, che in molti cominciano a riconsiderare molto meno probabile, cosa dovremmo fare?

Molti medici ci dicono di aver imparato. Oggi saprebbero come comportarsi, saprebbero come come evitare di essere contagiati e come contenere la diffusione della malattia.

L’uomo impara.

Impariamo a guardare avanti con occhi nuovi a proiettarci nel futuro facendo scorta di ciò che abbiamo appreso dall’esperienza del passato. Gli ospedali ora sarebbero pronti, i medici, gli infermieri saprebbero come evitare di contagiarsi, saprebbero affrontare la situazione per non trovarsi in difficoltà così com’è accaduto a febbraio.

Del resto anche i rapporti tra i tamponi effettuati ed i riscontri degli infetti registrati, lasciano intendere che potrebbero essere molti di più quelli che in ogni stato hanno contratto il virus.

Dai dati estrapolati dal sito OUR WROLD IN DATA, il numero in Italia potrebbe essere di oltre di 4 milioni di persone contro i poco più dei 230mila registrati ufficialmente.

Dagli Stati Uniti arriva uno studio che mette in dubbio la pratica del distanziamento sociale, almeno così come avvenuto. Il report, realizzato da FreeOpp, mette in luce come il vero problema, anche negli USA sia stato legato alla gestione delle residenze per anziani.

Gli analisti di “The Foundation for Research on Equal Opportunity” sottolineano che:

“L‘aspetto più sottovalutato della nuova pandemia di Coronavirus è il suo effetto su una specifica popolazione di americani: coloro che vivono in case di cura e strutture di assistenza. La malattia causata dalla SARS-CoV-2 colpisce gli anziani molto più gravemente, in media, rispetto ai soggetti più giovani. Ma risulta che tra coloro che sono anziani, i decessi si concentrano ulteriormente tra coloro che vivono in strutture di assistenza a lungo termine. Ciò ha implicazioni sia per coloro che vivono in tali strutture sia per quelli che non lo fanno”.

Insomma anche negli States il problema è più legato alla sanità che alla malattia stessa così come continua la ricerca:

“Il 42% delle morti per Covid-19 negli Stati Uniti sono avvenute in case di cura e strutture assistenziali. 2,1 milioni di persone vivono in case di cura o strutture di assistenza residenziale, che rappresentano l’ 0,6% della popolazione americana. Eppure i residenti in tali strutture rappresentano il 42% di tutti i morti per Coronavirus”.

E non si tratterebbe di un’anomalia americana.

Uno studio condotto da ricercatori dell’International Long Care Care Policy Network sottolinea come in Austria, Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Hong Kong, Ungheria, Irlanda, Israele, Norvegia, Portogallo, Singapore, Corea del Sud, Spagna, Svezia e il Regno Unito il 40,8% per cento delle vittime da COVID-19 sono state registrate nelle case di cura.

Detto questo, probabilmente, anche per altri casi futuri, sarebbe il caso di rileggere comportamenti e scelte nella gestione delle pandemie, così come riportato nella ricerca:

“Le implicazioni politiche di queste cifre sono significative e suggeriscono difetti sostanziali nel modo in cui è stata gestita la pandemia di COVID-19. Molta più attenzione deve essere prestata al rischio di infezione da SARS-CoV-2 nelle case di cura, specialmente attraverso il personale che lavora in più strutture. Le case di cura devono utilizzare le migliori pratiche per i test e la pulizia. D’altro canto, sembrerebbe che le persone anziane che non vivono in case di cura possano avere un rischio un po ‘più basso.  Gli Stati dovrebbero prendere in considerazione il riorientamento delle loro risposte politiche.La buona notizia è che i politici hanno l’opportunità di riaprire strategicamente l’economia, prendendo in considerazione una caratteristica unica di COVID-19: la sua pesante inclinazione verso i cattivi risultati negli anziani e nei quasi anziani che hanno anche altre malattie croniche. Con le dovute precauzioni e il dispiegamento di strumenti come la tracciabilità dei contatti, le auto-quarantene e la telemedicina, possiamo continuare a proteggere i più vulnerabili, restituendo il maggior numero possibile di americani al lavoro.

Insomma, aggiungiamo noi, analizzando bene i numeri, analizzando bene ciò che accade si possono ottenere due risultati straordinariamente importanti:

  1. evitare blocchi importanti all’economia;
  2. ridurre drasticamente il numero dei decessi. 

C’è da imparare, c’è da far meglio, c’è da guardare al futuro con fiducia. Covid-19 non fermerà il Mondo, non ne ha né la forza né i numeri.

 

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