Lo Smart working al tempo del Covid-19

Lo Smart working al tempo del Covid-19

 Lo Smart working al tempo del Covid-19. Tutto è iniziato con il covid-19 e il mondo si è trovato per ben 3 lunghi mesi, esiliato tra le mura domestiche. Cosa ha lasciato il covid-19 oltre alla paura e alla incertezza di una sua scomparsa?  Di certo molte altre cose, la riscoperta della parola libertà, il tornare ad apprezzare le cose semplici e la voglia di tornare là fuori in mezzo a quella routine che ad un tratto non è più cosi tanto  noiosa.

Oggi che il mondo a fatica prova a tornare a quella normalità persa, per un popolo di circa 8 milioni di lavoratori, la normalità è ancora  lontana, se si considera che a tutt’oggi si trova a lavorare tra le mura domestiche in “smart working”.

Un sistema lavorativo attivato per l’emergenza Covid-19, affiancato al telelavoro, unico metodo per tenere in vita quella poca di economia sopravvissuta al  lockdown dell’emergenza coronavirus che mostra nell’immediato la sua parte migliore, il risparmio economico, meno stress quotidiano, soprattutto per il mondo femminile che si trova a dover gestire nello stesso tempo famiglia e lavoro.

E’ nel lungo periodo che si manifesta l’altra faccia del lavoro in remoto, quella meno appagante e sono ancora le donne a rendersene conto trovandosi relegate tra le mura di casa ad accudire figli e mariti perdendo di colpo tutti quei diritti faticosamente conquistati dopo anni di lotta.

Un lavoro che, dopo mesi dalla sua attuazione proprio per il suo stato emergenziale non è regolamentato negli orari, nella sicurezza, nello stress da perenne collegamento internet, nella capacità professionale, nel gestire e coordinare il tempo di vita e di lavoro, dove è chiaro che a trarne beneficio è prevalentemente il datore di lavoro con un notevole risparmio sulle spese correnti e sulla disponibilità h24 del lavoratore che si vede di fatto annullata la linea tra sfera privata e lavorativa.

Un metodo di lavoro che trova sponda da una classe lavoratrice con scarsa coscienza e consapevolezza dell’individualità a cui si sta indirizzando aprendo quel varco molto pericoloso che separa le persone, quindi niente più rapporti tra colleghi, meno responsabilità per il datore di lavoro che si avvarrà della responsabilità del lavoratore ad assolvere determinati obiettivi.

Si è parlato per anni di sicurezza nei luoghi di lavoro, si è dato vita a centinaia di corsi di formazione, di ogni livello e specificità settoriale, sono appositamente nate aziende e figure professionali specifiche  proprio al fine di educare il datore di lavoro e il lavoratore al rispetto di determinate regole nei luoghi di lavoro, acquistato materiale , nominato esperti del settore, coinvolto medici del lavoro,  strutturato aziende e uffici pubblici per tutelare la salute e l’incolumità del lavoratore e ad un tratto tutto si rileva inutile.

Siamo di fronte ad un profondo cambiamento culturale, una revisione del sistema lavorativo almeno per alcune figure professionali all’interno delle aziende e dei settori pubblici. Bisogna chiarire però che tra smart working e telelavoro la differenza è netta e sostanziale, e anche la confusione regna sovrana.

Il telelavoro trova una sua regolamentazione con la legge  191 del 1998 e con il decreto attuativo nr. 70 del 1999, concepito  come quel tipo di lavoro svolto a distanza ovvero al di fuori dell’azienda e di altri luoghi di lavoro, strutturalmente collegato con strumenti e comunicazioni informatici e telematici e postazioni di lavoro ben definite.

Cosa assai diversa lo smart working o lavoro agile, (attivato in emergenza coronavirus), disciplinato dalla Legge 81 del 22 maggio 2017 non regolamenta postazioni, orari di lavoro, si basa su un accordo stipulato tra le parti, datore di lavoro e lavoratore che sottoscrivono un accordo individuale nonché l’utilizzo di strumenti tecnologici che permettono al lavoratore di operare da remoto.

Basta pensare alle postazioni recuperate in fretta e furia nelle abitazioni che si sono trasformate in postazioni di lavoro, aule scolastiche e punti di ritrovo  virtuali, dove a fatica cerca il compromesso tra i tanti presenti nella stessa abitazione, ben altra cosa dalla postazione del luogo di lavoro creata con regole precise, severe e arredi appropriati come previsto dalla legge sulla sicurezza del lavoro.

Molti sono gli effetti collaterali provocati dallo smart working e non sempre positivi , il primo su tutti l’occupazionalità che potrebbe subire un forte decremento in vista della riorganizzazione aziendale molte figure professionali non hanno più motivo di esistere e potrebbero essere cancellati molti posti di lavoro. La comunicazione con i colleghi,  il capo ufficio o con  il datore di lavoro stesso non più diretta ma attraverso la video conferenza  che diventa difficoltosa.

L’ isolamento, passare ore davanti al computer senza comunicare con nessuno potrebbe essere fonte di stress e aumento di casi di depressione, siamo esseri umani abituati a condividere idee, progetti, la mancanza di contatto fisico con le persone potrebbe diventare un problema di ordine psicologico che va ad incidere sulla insicurezza del lavoratore e creare veri e propri stati di ansia e panico.

Non è da meno la ripercussione  del lavoro agile sugli esercizi commerciali, come bar, ristoranti  soprattutto di quelli situati in zone dove gli uffici pubblici o privati sono in netta prevalenza che si sono ritrovati con la clientela quasi azzerata perché non più presente in ufficio. Sane abitudini di vita quotidiana, di relazioni che non esistono più.

Per il momento l’unica regolamentazione sull’uso dello smart working   lo si rileva nel  decreto Rilancio all’art. 90, dove si precisa che per l’intero periodo di emergenza covid-19 i datori  di lavoro del settore privato devono comunicare al Ministero del Lavoro i nominativi dei lavoratori e la data di cessazione della prestazione di lavoro degli stessi in modalità smart working, prevede anche  per i genitori che hanno figli a carico di età minore ai  14 anni il diritto al lavoro “ agile”, per i lavoratori della pubblica amministrazione,  lo stato di emergenza non potrà protrarsi oltre il 31 dicembre 2020,  se per alcuni lavoratori questo tipo di lavoro è diventato un diritto per altri una vera e propria prigionia.

Siamo esseri umani e abbiamo bisogno della socializzazione, del contatto umano non possiamo essere costretti per troppo tempo all’ isolamento o a rapporti di lavoro virtuali, ripristinare il lavoro ordinario magari salvaguardando l’ambiente con delle maggiori accortezze riguardo l’inquinamento, magari utilizzando  quelle misure di distanziamento sociale tanto necessarie per la salute è cosa quanto mai saggia, come lo è tornare fuori a socializzare.

Le organizzazioni sindacali in tutto questo cambiamento avranno un ruolo determinante che dovrà trovare sponda politica e istituzionale.

 

Lorena Polidori

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