Mes e Pandemia. I numeri devono aiutarci a capire cosa fare

Bisogna alimentare la fiducia. Non la Paura

Mes e  Pandemia. I numeri devono aiutarci a capire cosa fare

Quando tutto cambia così rapidamente com’è successo nel corso degli ultimi cinque mesi non è semplice compiere le scelte più giuste, non è facile guardare alla realtà in movimento comprendendo quale possa essere la direzione che sta prendendo. Rischi sanitari ed impatti economici s’intersecano con una forza tale da condizionare e contaminare l’uno con l’altro. Tuttavia i numeri dovrebbero aiutare ad analizzare meglio la realtà attorno a noi. Le perplessità circa il MES, i mancati allineamenti con i numeri della Pandemia, stanno portando l’Italia ad una condizione tale da rappresentare un problema di stabilità per l’Unione.

Del resto Covid-19 ha rappresentato una sorta di acceleratore di una condizione che, per l’Italia, era già difficile, così come riportato nella  parte introduttiva del Report appena presentato dall’Istat sulle condizioni economiche del nostro Paese.

leggiamo l’estratto:

“L’impatto dell’emergenza sanitaria ha colpito l’economia italiana in una fase di quasi ristagno. Nel 2019, il Pil è cresciuto dello 0,3 per cento, in decelerazione rispetto al 2018. Nel primo trimestre 2020, il blocco parziale delle attività connesso alla crisi sanitaria ha determinato, come nei principali paesi europei, effetti negativi dal lato della domanda e dell’offerta; il Pil ha segnato un crollo congiunturale…

 

Ma analizziamo sia i temi pandemici sia quelli legati alle politiche economiche

Pandemia. Da quando tutto è cominciato non è mai mancata la comunicazione ossessiva dei numeri della diffusione del virus. Nella “fase più calda e difficile” era immancabile l’appuntamento delle 18.00 con la diffusione dei dati gestiti in conferenza stampa dalla Protezione Civile. Nuovi infetti, ricoveri e ricoveri in terapia intensiva; decessi. Solo dopo qualche settimana ci si è accorti che sarebbe stato utile comunicare anche i numeri dei guariti. La conferenza stampa è stata poi sostituita da un bollettino quotidiano che continua ormai da cinque mesi ad aggiornare i dati. Ciò detto, in queste comunicazione quotidiane c’è sempre stato e colpevolmente, un “grande assente”: il numero dei controlli effettuati.

Senza quel numero tutti gli altri perdono la loro efficacia.

Mi spiego meglio e provo a farlo con un esempio concreto. Immaginiamo che fossero usciti questi due comunicati:

  1. Lunedì 6 luglio: registrati in Italia 1000 nuovi casi;
  2. Lunedì 6 luglio: registrati in Italia 1500 nuovi casi.

Quale dei due parametri vi sembra peggiore? Quello al punto 2) giusto? Nessuno potrebbe dire il contrario. Completiamo il dato con il “grande assente” di cui parlavo prima:

  1. Lunedì 6 luglio: registrati in Italia 1000 nuovi casi su 10mila tamponi analizzati;
  2. Lunedì 6 luglio: registrati in Italia 1500 nuovi casi su 30mila tamponi analizzati.

Quale dei due parametri vi sembrerà peggiore ora?

Quello al punto 1) ci dice che il 10% dei tamponi effettuati fornisce riscontri di positività.

Quello al punto 2) ci dice che il 5% dei tamponi effettuati fornisce riscontri di positività.

Quindi la notizia dei 1500 positivi, se corredata del suo riferimento essenziale, la misurazione di partenza, diventa un elemento di positività e non di negatività. Per essere più chiari, immaginando di estendere i tamponi a tutta la popolazione italiana (circa 60 milioni di persone) ci ritroveremmo che:

  1. Il 10% di 60 milioni di persone analizzate (la proporzione rispetto ai 1000 precedenti) porterebbe a 6 milioni di infetti.
  2. Il 5% di 60 milioni di persone analizzate (la proporzione rispetto ai 1500 precedenti) porterebbe a 3 milioni di infetti.

Insomma il “grande assente” cambia completamente la percezione della realtà tanto che il valore di 1500 di nuovi infetti che, in prima battuta ci sembrava molto preoccupante rispetto a quello di 1000, in realtà proietta una condizione del 50% più serena rispetto all’altra.

Per fortuna il dato del “grande assente”, (numero di tamponi effettuati) che ancora oggi in molti lanci di stampa non è riportato, è possibile trovarlo sulle comunicazioni pubblicate sul sito della Protezione Civile nella sezione dedicata.

Nella tabella riportata in basso facciamo riferimento al dato dell’11 luglio scorso. Come si vede i dati sono ben aggiornati e danno una chiave di lettura anche delle differenze territoriali della diffusione del virus. Concentriamoci, però, sul dato nazionale.

 

Tamponi effettuati 5.900.532

Casi totali   242.827

Deceduti     34.945

Guariti   194.579

Questi numeri rappresentano uno spaccato importante di misurazione di quella che dovrebbe essere la diffusione e la forza del Covid-19 in Italia.

Rapportando i dati dei 5.900.532 tamponi effettuati a livello nazionale, e proiettandoli sull’intera popolazione italiana avremo che:

I casi totali potenzialmente infetti si aggirerebbero intorno ai  2.469.000, un numero che è 10 volte più alto di quanto è attualmente certificato. Un dato che sarebbe più congruo con l’importante diffusione che si è avuta della malattia. Se poi dalla tabella si estrapola, con lo stesso ragionamento, il dato della Lombardia si evince che: sui 10milioni di abitanti della regione all’incirca il 10% (1 milione di abitanti) avrebbe contratto il Covid-19. Il dato della Lombardia rappresenta il 40% dell’intero dato nazionale una percentuale che dovrebbe far riflettere chi ha trattato Lombardia (40% dei malati italiani) e, ad esempio l’Abruzzo, che proietta circa il 2,7% del totale con 66mila potenziali infetti, con le stesse identiche modalità.

Insomma, appare chiaro, come la mancanza di un parametro di riferimento faccia cambiare completamente lo scenario e quindi anche le scelte di comportamento sia nella gestione, sia nel controllo della Pandemia. Naturalmente, tutto questo non può non avere, (gli esperti dov’erano?) delle incidenze negative sul sistema-Paese.

Era proprio necessario creare un clima di terrore e chiudere anche lì dove sarebbe bastato un controllo più congruo dei comportamenti invece che il blocco totale delle attività con tutto quello che questo comporta, ha comportato e comporterà? E da tutto questo abbiamo imparato? Cosa in particolare? Abbiamo, ad esempio, tutti i dati per valutare correttamente gli effetti delle nuove infezioni? Tra gli effetti, oltre al numero di chi ha contratto il virus, e, per fortuna, il numero dei decessi che è quasi prossimo allo zero, bisognerebbe avere a disposizione il numero dei ricoveri. Questo perché se, a quanto sembra, sempre meno gente va in ospedale e quasi nessuno in terapia intensiva, non sarebbe il caso di comunicarlo ai 4 venti come notizia per cui essere “felici?”. 

MES e Recovery Funds. E poi venne il MES. Sono mesi che si discute sull’opportunità di fare affidamento sui soldi che il MES (Fondo Salva Stati) metterebbe a disposizione del nostro Paese per ammodernare il sistema sanitario nazionale. Si tratta di 36 miliardi di euro che potrebbero far comodo per risanare un sistema, quello sanitario, che ha trasformato le categorie di medici ed infermieri in Eroi, non in professionisti, ma in eroi. Eroi perché costretti a sacrificare le loro vite per quelle dei malati, perché chiamati a lavorare in condizioni di forte insicurezza a causa della mancanza di strumenti di protezione basilari come mascherine, occhiali, guanti e camici.

“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, diceva Bertold Brecht. A sottolineare quanto questa necessità rappresenti, in realtà, l’altra faccia di una medaglia che esprime, invece, una condizione di instabilità, d’incertezza e insicurezza.

Ma torniamo al MES.

La polemica, tutta politica, è legata alle eventuali conseguenze per la restituzione delle somme in prestito, conseguenze che potrebbero imporre all’Italia il controllo da parte della Troika. Cioè il controllo del nostro Paese da parte della Banca Centrale Europea, della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale. E’ proprio di qualche giorno fa su Repubblica la dichiarazione di Nicola Giammaroli Segretario Generale del MES:

“Le nuove linee di credito del MES non hanno nulla a che vedere con i prestiti del passato: non portano a condizionalità ex post, austerity, troika, o ristrutturazione del debito siamo in un altro campo da gioco rispetto al passato: l’unica condizione da soddisfare è che i soldi siano usati per la sanità. Utilizzando il Fondo Salva Stati l’Italia non pagherebbe alcun costo aggiuntivo – assicura Giammarioli – ma si troverebbe a rimborsare una cifra inferiore a quella ricevuta». E in questo modo, rispetto all’emissione di un uguale ammontare di Btp, oggi l’Italia risparmierebbe 500 milioni all’anno, ovvero 5 miliardi nei 10 anni”.

Fermo restando che sarebbe arrivata l’ora di risistemare con interventi strutturali ed investimenti congrui con le caratteristiche del nostro Paese, i conti pubblici, che prima o poi pagheremo a caro prezzo, chi si preoccupa dei 36 miliardi del MES forse ha perso di vista dei numeri ben più importanti.

Un dato bisogna chiarirlo subito:

L’Europa ci tiene già in pugno, per non dire altro, e non ha bisogno della scusa del MES per imporci condizioni economiche particolari. Anzi, senza l’Europa noi saremmo già tecnicamente falliti.

La BCE garantisce per il nostro debito publico comprando i nostri titoli di stato (garantendo in pratica circa 400miliardi l’anno) e facendo in modo che i tassi di interesse dei nostri titoli governativi non salgano pericolosamente (sono già comunque tra i più alti tra i Paesi dell’Unione). Oltretutto la BCE ha garantito gli acquisti anche in caso di peggioramento della condizioni di rating dei titoli italiani.

Non basta.

Come riportato da questa grafica prodotta proprio dalla BCE, le nostre banche sono quelle costrette a ricevere liquidità dalla Banca Centrale Europea, più di quanto non accada a qualunque altro sistema bancario dell’Unione.

 

 

 

 

Già soltanto tra Banche e Titoli di Stato, quanto impiegherebbe l’Europa (o alcuni stati dell’Europa), se volesse metterci sotto scacco?

Ma non è mica finita qui.

A tutti coloro che dicono di uscire dal sistema europeo ricordo quest’altro particolare: l’Italia, anzi, le banche italiane, dovrebbero restituire la piccola (si fa per dire) somma di 536 miliardi di Euro alla BCE solo per la gestione del sistema Target 2, la piattaforma che consente la compensazione dello spostamento di denaro tra le banche dei vari Paesi dell’Unione Europea.  Denaro che non è mai stato restituito alla BCE per una somma che continua a crescere ed a rappresentare un’altra palla al piede per il Paese.

Serve altro? Basterebbe chiedere.

Chiedere ad esempio alle agenzie di rating se continueranno a soprassedere prima di decidere come comportarsi nei confronti della sostenibilità del nostro Debito Publico divenuto sempre più difficile da sostenere. Ma mentre noi litighiamo prima tra noi stessi e poi con gli altri, mentre si discute su cosa fare con i 36 miliardi del MES, moltissime aziende del nostro Paese chiudono i battenti o vendono ad acquirenti esteri. Cinesi e Francesi su tutti. Uno shopping cominciato già da qualche stagione e che, Covid-19 e soprattutto tanta miopia politica italiana stanno facilitando.

Insomma, i numeri della Pandemia, i numeri della crisi economica stanno minando le basi di una nazione come la nostra che è sempre stata in cima a tutte le classifiche mentre oggi quelle classifiche si sono così ribaltate da vederci come fanalino di coda in molti o quasi tutti i settori. Sarebbe ora di leggerli i numeri, invece che continuare a “darli”. Perché proprio non c’è più tempo. Per tante famiglie, per tanti italiani, per tante aziende, il tempo sembra già essere scaduto…

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