Covid-19

Riapertura delle scuole tra speranze e timori

La vita in classe tra ragazzi ed insegnanti

Riapertura delle scuole tra speranze e timori

Sono volate queste prime due settimane dall’avvio dell’anno scolastico. Tutti noi insegnanti, di ogni ordine e grado, percepiamo che al di là di ogni retorica questo sarà probabilmente il periodo più difficile nella storia della scuola repubblicana. Era questa la sensazione alla vigilia del rientro a fine agosto, ma lo era già per il personale che ha continuato a lavorare dentro le scuole anche a luglio.

Oggi una certezza. Le attività collegiali come da calendario sono iniziate dal 1 settembre. Da lì in poi sono state 2 settimane intense di preparazione ed allestimento fisico della scuola. Almeno nella mia scuola (ricordo che l’autonomia scolastica ha sì generato vantaggi, ma proprio in questi tempi ravviso tanto scollamento e diseguaglianza).

Il team Logistica (nuovo drappello nato sotto il segno del Covid-19… niente a che vedere con l’astrologia o forse sì) si è mobilitato ad es. nel preparare le aule e la segnaletica. Col metro in mano, docenti di tecnologia, matematica, lettere e lingue (quando si dice interdisciplinarietà) sono stati impegnati a misurare e a misurarsi con spazi, aperture di porte e finestre, collocazione, quindi, di banchi, sedie e cattedre nel rispetto del cosiddetto “metro buccale” (sempre più ardito questo burocratese scolastico) , ossia il distanziamento di 1 metro tra la bocca di uno studente e la bocca del vicino di banco, che vicino non è più.

Tutto ciò solo se bloccati al proprio posto come pali elettrici o meglio solo se bravi a drammatizzare, in una coazione a ripetere, il rigor mortis, allora sì tutto funziona come detta il protocollo stilato dell’ingegnere della sicurezza ed, io aggiungo che funziona così bene che stando ai dati si sono abolite ingegnosamente anche ” le classi pollaio” (come non averci pensato prima). Quando si dice la riesilienza. Ma non è stato fatto solo questo.

Altri team sono stati impegnati nella pianificazione di una prevedibile didattica mista, in presenza e DaD, in caso di classi in quarantena o lockdown; altri ancora nella messa a punto delle procedure da attivare in caso di Emergerza Sanitaria (quali aule ad es. destinare alla medicheria- non ne esistono in molti plessi- quali docenti e collaboratori individuare come referenti Covid, come procedere per il tracciamento in caso di positività, ecc…). Altri a lavorare sul Regolamento Scolastico riguardo alle necessarie integrazioni Covid, che funzionino da bussola per una gestione quanto più serena della vita scolastica (individuazione di ingressi contingentati, orari scaglionati…). Insomma queste ed altre mansioni scandite da corsi specifici, incessanti e martellanti, proprio sull’Emergenza Covid.

La summa di tutte queste attività ha dato miccia a collegi infuocati. A tutti i docenti, ma in generale al personale scolastico è apparso evidente che nonostante non ci fossero le condizioni per riaprire le scuole, andava fatto, rattoppando di qua e di là e scaricando eventuali responsabilità civili e penali su DS e a seguire sui docenti.

In che modo? Se uno studente si contagia e, quindi, un suo familiare, chi potrà escludere che il contagio non sia avvenuto a scuola? Allora ci sono responsabilità? E se sì da parte di chi? E se si ammala per Covid un docente? Purtroppo l’esperienza di medici e di infermieri che dopo l’inferno di marzo stanno affrontando anche quello giudiziario, tutto ciò si paventa come uno spettro anche per noi.

Ecco, la scuola ha riaperto, ma a questo punto i docenti hanno ben chiaro che l’Emergenza sanitaria è la priorità, e di conseguenza prioritario diventa il VIGILARE continuo sui comportamenti degli alunni. È necessario tracciare sul RE ogni volta che uno studente chieda di andare in bagno o che uno studente diversamente abile lasci la classe per le poche attività alternative consentite, al fine di permettere, in caso di contagio, una tracciabilità immediata e quanto più circoscritta dei contatti nel corso della giornata. Lo stesso vale per il personale.

Vigilare, quindi, sulla:

DISTANZA, MASCHERINE, IGIENIZZARE LE MANI, NESSUN CONTATTO O SCAMBIO DI MATERIALE ALL’INTERNO DELLA SCUOLA (cancelleria, cibo, indumenti ecc), GARANTIRE L’ AEREAZIONE DEGLI AMBIENTI.
Lo si fa? Sì. Dopo due settimane i ragazzi della mia scuola hanno dato segno di essere molto responsabili. A volte, comprensibilmente, allentano il loro self control, soprattutto sulle distanze o sull’uso della mascherina. Ma complessivamente il bilancio è meglio di quanto previsto. Tutto ciò alle scuole medie.
Alle scuole superiori i miei colleghi mi riferiscono che fanno più fatica. Evidentemente l’età gioca contro. Sono ragazzi che si recano a scuola con le microcar. Hanno l’ansia di ostentare una autonomia di pensiero ed azione che ancora non appartiene loro, e lo si vede già all’ entrata e all’uscita dai cancelli di scuola, per la promiscuità di cui fanno sfoggio: senza mascherina, abbracci, scambi di oggetti. Ovviamente le eccezioni ci sono. Ma rimangono eccezioni. Poche.

Insomma la scuola è iniziata e la vera sensazione è che si stia sperimentando quanto la scuola regga e con essa tutto ciò che attorno gravita.

È una Scuola però profondamente indebolita da anni di politiche scolastiche demagogiche. Molti si sono spesi in maniera più efficace e critica di quanto possa fare io in questo spazio sulle “riforme scolastiche”, sui danni procurati, sugli effetti endemici. Come nella Sanità i tagli sono stati il criterio ispirante per chiunque abbia governato, se sacrificio andava fatto nell’economia di sistema, la Scuola poteva essere immolata. A seguire i criteri sulla formazione e il reclutamento degli insegnanti, mai definiti in un percorso stabile dall’accesso ad una pianificazione della carriera del docente, salvo i concorsoni in fase emergenziale o surrogati di essi che negli anni hanno minato pesantemente la qualità della docenza.

C’è voluta una pandemia e le sue conseguenze per portare anche questi nodi al pettine.
Reclutamento docenti. Sono vent’anni che insegno ed ogni anno lo stesso refrain. Si inizia sempre con un organico monco. Quest’anno la tradizione non è stata interrotta. L’orario degli studenti è ridotto. Nel senso che i docenti presenti prestano il loro servizio anche nelle ore degli insegnanti ancora da nominare, senza aggravio economico sulla scuola ma evidentemente sulla formazione dei ragazzi sì. Dire è colpa di questo governo è allinearsi alla politica spicciola, anche se il mio ministro ha evidentemente delle colpe non sanabili nè con il prossimo arrivo dei banchi monoposto nè tantomeno con i banchi con le rotelle.

A proposito nella mia scuola, all’inizio di settembre, ne ho avvistati 25. Li ho provati . Uno sballo. Ruotano e vorticano come una giostrina bonsai. Ho brividi se penso all’uso che ne farebbero alcuni studenti vivaci. Ma noi siamo prima di tutto educatori e perciò si potrebbe con pazienza arrivare ad un uso corretto di questo arredo. Peccato che la circonferenza della base sia maggiore (anche se di poco) dello spazio occupato da un banco monoposto, facendo così saltare ogni calcolo infinitesimale sul metro buccale e rischiando di ritornare d’emblaee alla “classe pollaio”. Il loro inutilizzo restituisce però soddisfazione e compiacimento ai colleghi di arte e di tecnologia, che così possano contare sul buon vecchio affidabile banco tradizionale per l’esecuzione dei disegni. Impossibile su quei banchi roteanti.

La scuola è iniziata e la vera sensazione è che si stia sperimentando.

Temo molto questo esperimento non solo per ragioni di sicurezza sanitaria, il rischio zero non c’è da nessuna parte ma ancora meno nelle scuole, spero che la mia descrizione ne abbia dato una qualche contezza.
Mi fa paura ancora di più il quadro sociale che agita anche il nostro Paese, e quanto l’improvvisazione nell’affrontare questo momento storico peserà da qui a qualche anno, soprattutto con questo nostro sistema scolastico.

La Scuola è il perno di una società che voglia dirsi civile. Tra i suoi banchi si formano i futuri medici, imprenditori, bravi artigiani, insegnanti, poeti, musicisti, politici… genitori, insomma coloro che abiteranno il mondo di domani. I futuri Cittadini. Ma tra 10 anni a chi somiglieranno?

Ho ripreso le lezioni in classe. Non ho potuto però dedicare le prime due settimane al consueto confronto didattico con i colleghi. Lo facciamo in maniera informale. C’è un’emergenza sanitaria in corso. Siamo riusciti a fare un bilancio della DaD. Dalle famiglie i riconoscimenti per aver sostenuto valorosamente i propri figli durante il lockdown è stato unanime. La scuola dove insegno ha cercato di raggiungere tutti gli studenti dando in comodato d’uso i device necessari e i docenti si sono spesi nel garantire da subito il diritto all’istruzione. Ma non eravamo preparati. Non avevamo alcuna competenza.

Dall’esperienza diretta sul campo abbiamo compreso l’impossibilità oggettiva di riprodurre attraverso un monitor la didattica tradizionale. E non è solo una questione di strumenti. È molto di più.
La classroom virtuale non è diventata magicamente lo stesso setting dell’apprendimento tradizionale, crocevia di tutti i processi comunicativi, collaborativi e cooperativi che un insegnante mette in atto.

Una formazione accelerata in questi mesi ci ha aperto altri scenari ossia che l’apprendimento si può spostare anche verso gli ambienti digitali, le piattaforme e-learning, il blended learning, sulla condivisione, sul cloud. Ma ancora non tutti abbiamo la competenza per fare sì che questi spazi neutri, virtuali diventino spazi mentali e culturali, ma soprattutto uno spazio affettivo/emotivo, vero motore dell’apprendere. Si sta chiedendo troppo e troppo velocemente.

Pensavamo che questa generazione Z avvezza all’uso degli smartphone, dei social media fosse essa stessa pronta a dare una spinta al cambiamento scolastico. La realtà è stata altra. Abbiamo registrato una generazione che non aveva salvato mai un documento su Google drive o inviato un email. La gran parte dei ragazzi conosce molto bene l’uso di Tik Tok , ritiene Facebook un social antico e si relaziona in particolar modo con Instagram, il social iconico per eccellenza: solo foto. Proprio in questo ambiente virtuale i ragazzi comunicano tanto e con velocità, ma la cui narrazione del sè e una continua sequenza di “storie” e di aggiornamenti fotografici seguiti da commenti e post stringatissimi, a ciclo continuo.

Hanno un arco di attenzione molto breve (alcuni studi riferiscono 8 secondi). Lo capisco. Sono ragazzi cresciuti sotto un continuo bombardamento di informazioni e hanno imparato a valutarne velocemente qualità e utilità. Lo ha capito anche chi si occupa di pubblicità i cui video destinati a questo target e a questi canali non superano i 10 secondi. Sono una generazione “on-demand”, e preferiscono i servizi in streaming come Netflix, possono fare a meno di TV ma non del loro cellulare.

La pandemia ha svelato anche questo sottosuolo emotivo/relazionale dei nostri studenti, che non possiamo più ignorare e considerare anche nel nostro modo di insegnare. La gran parte dei docenti appartiene invece alla cosiddetta generazione analogica. Io ne sono un esempio. E sento quanto sia destinato a modificarsi il mio mestiere.

Educo dal latino ex duco= condurre fuori, far uscire, allevare, mi leggono gli studenti dal loro quaderno/glossario. La scuola dovrebbe educare, condurre ogni studente alla scoperta del proprio potenziale, delle proprie risorse. “Educare è però un viaggio lento con molte fermate nel quale, attraverso una moltitudine di situazioni, le persone compiono un processo che le aiuta a crescere sul piano emotivo e intellettuale”(Domenech Francesch, “Elogio dell’educazione lenta”). Ecco allora che l’educazione diventa autentica, profonda e consapevole, proprio perché non si ferma ad una semplice trasmissione dei saperi.

Da qui forse il mio timore più grande. Da una parte una generazione Z che non riesce a fermarsi, non apprezza la lentezza e per alcuni lo scotto è già alto ( stress e dipendenza), dall’altra una Scuola che da poco ha realmente recepito la portata del cambiato antropologico che ha investito le nuove generazioni, e poi nel mezzo noi docenti. Io che non mi sento all’altezza di questo momento storico, di non essere preparata, di non avere le competenze adeguate, di far parte di un sistema che rischia di mancare a questo appuntamento con la Storia e di compiere un grave delitto: di non essere stata in grado di EDUCARE/INSEGNARE i figli della pandemia.

Ma sono un’insegnante e non riesco a non avere comunque uno sguardo ottimista come quello che in questi giorni mi hanno restituito gli studenti, nonostante le loro ansie celate dietro la mascherina.
Il loro futuro (con quel “loro” s’intende anche il nostro) non è negoziabile .
Domani farò grammatica, “mescolerò loro le carte” e inizierò la lezione leggendo ciò che pensa la studentessa Josse in classe dopo essere stata ripresa dall’ottusa prof. ssa Maigre…
Buon anno scolastico a noi.

[…]” Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa[ …] Ma guarda un po’ che roba, com’è fatta bene. Quanto è solida, acuta, ingegnosa! Solo il fatto che esistano diversi tipi di parole ed il fatto di conoscerle per definirne l’utilizzo e i possibili abbinamenti è una cosa esaltante. […] i verbi e i sostantivi. Con questi avete nelle mani il cuore di qualsiasi enunciato” .

 

Vittoria Valentino

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Vittoria Valentino

Docente di lettere. Vive e lavora a Roma dal 2008. Laureata all' Università degli Studi di Firenze. Specializzazione all'insegnamento scuola superiore di I e II grado presso l'Università degli Studi di Milano. Diploma di Master post lauream discipline per la Didattica "Storia e forme della letteratura italiana" Università Telematica Gugliemo Marconi Diploma di Master post lauream discipline per la Didattica " Scienze e storia della letteratura" Università Telematica Guglielmo Marconi Corso di Formazione post lauream "La formazione della dirigenza scolastica. Aspetti giuridici, formativi ed organizzativi" Università degli Studi di Firenze Durante la carriera scolastica ricopre l'incarico di membro del Consiglio di Istituto, membro della Giunta Esecutiva, Referente scolastico nell'area dell'Inclusione e del Disagio Scolastico. Mi piace definire il mio lavoro come un laboratorio di gioia. Uno spazio dove cercare sempre nuovi spunti, dare forma alla creatività Un luogo dove continuare ad imparare insieme: studenti e docente. Scegliere di insegnare è una grande responsabilità ed un gran privilegio. Significa dedicarsi all'educazione dei giovani. Far sì che essi imparino a vedere con la mente la realtà, per saperla interpretare, interrogare e trasformare. Ed è forse soprattutto per questo motivo che gli insegnanti sono definiti uomini e donne di speranza.

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