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Il premio per il rischio si chiama consulenza (seconda parte)

La fiducia è sempre al centro delle relazioni

Il premio per il rischio si chiama consulenza (seconda parte)

Nel precedente articolo, quello sul premio al rischio ho cercato di spiegare come questo sia inevitabile data l’architettura del cervello umano in cui è radicato. E’ difficile da sradicare: altrettanto impervio che liberarsi della ben nota tendenza a soffrire di più per una perdita che a gioire per un equivalente guadagno. Questa seconda tendenza è così forte che quando siamo timorosi, di fronte all’incertezza, alla nebbia del futuro, preferiamo restare immobili. Restare immobili nel caso dei risparmi corrisponde a tenerli liquidi sui conti correnti, cioè a perdere soldi per certo (ne abbiamo parlato recentemente in una conferenza, coordinata da Leopoldo Gasbarro, con Massimo Doris e Arrigo Sacchi).

Come possiamo superare questi limiti, questi vincoli ereditati da tempi lontani e incorporati indelebilmente nel nostro cervello? Solo con la fiducia, la fiducia in un consulente. Come funziona la fiducia, perché le persone non si fidano, e perché diffidano proprio degli esperti di economia e finanza?

I premi Nobel per l’economia Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo sono più volte tornati sul tema della fiducia dell’opinione pubblica nei confronti di quello che suggeriscono gli esperti di economia e finanza. I due economisti hanno spesso enfatizzato come il senso comune, cioè l’opinione diffusa, non dichiari molta fiducia nella loro categoria professionale. Per esempio, in Regno Unito, gli infermieri nel 2017 si classificavano al primo posto (84% di britannici fiduciosi in loro) mentre la fiducia in economisti e politici era addirittura la metà di quella nei confronti dei meteorologi (50%).

I due economisti suggeriscono che questo basso livello di fiducia dipenda dal fatto che gli inesperti non hanno sufficienti conoscenze per capire i campi dove gli economisti meritano fiducia e i campi dove invece non la meritano. In linea di massima, quando gli economisti sono quasi tutti concordi, sarebbe bene seguire i loro suggerimenti, come per esempio nel caso della Brexit.

E tuttavia, pensiamoci bene, quali economisti? – si domandano Banerjee e Duflo.

Il problema è che nella formazione dell’opinione pubblica contano soprattutto i media e la rete. Succede così che “quelli che si spacciano per economisti in televisione e sulla stampa – l’economista responsabile della banca X o l’uomo di finanza capo dell’azienda Y – sono, con importanti eccezioni, in primo luogo dei portavoce degli interessi economici della loro azienda, persone che spesso si sentono libere di ignorare il peso dell’evidenza scientifica” (Sole24Ore, 19 settembre 2020, p. 16).

Lo stesso problema si pone nell’ambito che qui ci interessa più da vicino e cioè quello degli investimenti.   Dobbiamo probabilmente fare due cose a proposito dei consigli da parte di persone che chiedono la nostra fiducia.

Prima cosa: stare attenti se chi parla è in conflitto d’interessi.

Seconda cosa: stare attenti al tipo di consigli che viene dato.

Su alcune cose gli esperti sono in grado di dare consigli, su altre lo sono meno. Lo sono sicuramente sulle grandi linee di tendenza, sui cambi di paradigma, sui punti di non ritorno. Questo è un tema su cui siamo tornati più volte. Se, per esempio, considerate l’universo dei fondi, potete appurare che i fondi che hanno investito più del 20% nelle aziende tecnologiche FAAMG (abbiamo già spiegato a quali cinque aziende si riferisce questo acronimo) hanno fatto meglio dei fondi che hanno investito meno del 10%. Quella che può essere scambiata come particolare abilità in un dato mercato – fondi per grandi aree geografiche o per settori come la sanità o il lusso – spesso non è altro che l’effetto del peso, maggiore o minore, dei titoli tecnologici nel portafoglio.

Ne consegue che i consigli che hanno a che fare con le grandi tendenze sono proficui ed è bene seguirli. Diverso è il caso di suggerimenti centrati sui singoli titoli, indipendentemente dalle grandi linee di tendenza di cui si è appena parlato. In questo caso se un presunto esperto ci suggerisce un dato titolo come cavallo vincente è bene, il più delle volte, per lo meno diffidare. Persino gli esperti gestori di fondi che cercano di battere tutto il mercato fanno fatica a raggiungere quest’obiettivo. Ed è comprensibile perché sul mercato c’è troppo “rumore”, troppa complessità, troppa incertezza (pensate all’irrompere del coronavirus e agli effetti differenti sulle diverse società e comparti) per riuscire a individuare la singola azienda che, di per sé (non perché appartenenti a un trend vincente come la tecnologia o la salute), farà meglio di tutto il mercato.

Consideriamo per esempio la percentuale dei fondi comuni europei che, nel periodo 2010-2020, hanno battuto l’indice di riferimento (total return in euro). La media degli azionari è deludente: 34% negli ultimi 3 anni, 36% negli ultimi 5 anni e 36% negli ultimi 10 anni. Certo, si può sperare di riuscire a dare fiducia a proprio a uno di quei fondi che battono l’indice. E tuttavia le probabilità giocano contro di noi (cfr. Plus-Sole24Ore, 12-9-20, p. 8).

 

Fonte: Bloomberg modificata.

In media detenere in un fondo più del 20% o meno del 10% delle cinque classiche aziende tecnologiche FAAMG fa un’enorme differenza nel successo complessivo del fondo.

Se gli ambienti economici cambiano, e di conseguenza possiamo individuare dei cambi di paradigma e dei punti di non ritorno, le menti dei risparmiatori, invece, mostrano regolarità stupefacenti. Su queste regolarità possiamo contare perché dipendono dall’architettura del cervello che abbiamo ereditato dai tempi di quando vivevamo da cacciatori raccoglitori.

I due punti più rilevanti di questa “eredità” riguardano i due maggiori ostacoli a una gestione razionale degli investimenti: la paura e l’incertezza.

Le paure delle persone, oggi, sono governate dagli stessi meccanismi mentali che gli uomini di Chiesa utilizzavano per controllare e incanalare le paure nel corso del Medio Evo. Oggi, come allora, si continua ad avere molta paura degli eventi o dei fenomeni:

  • improvvisi e impressionanti;
  • imprevedibili;
  • di cui è ignota l’origine: il come e il quando.

Nel caso degli investimenti, come abbiamo già detto, fenomeni come l’epidemia hanno queste caratteristiche e inducono a rifugiarsi nel monetario perché “non si sa mai”. Solo l’assicurazione comportamentale ci spiega come superare quel “non si sa mai”. Non è un compito facile perché bisogna superare un’illusione, quella della sicurezza, e qualcosa che è difficile se non impossibile rappresentarsi: quello che succede quando trasformiamo il presente in un “presente esteso”, cioè estendiamo il presente verso futuri temporali lunghi.

Quest’anno il premio Nobel per la fisica è stato assegnato  Roger Penrose, professore emerito di matematica all’università di Oxford. Il prof. Kanizsa, che mi volle giovane a Trieste, rese un omaggio a Penrose combinando nella stessa figura il suo triangolo illusorio con quello impossibile di Penrose che è rappresentato sul pavimento del nuovo dipartimento di matematica a Oxford.

In fondo riuscire a convincere un cliente inesperto di quello che è il suo bene, o meglio il bene dei suoi investimenti, consiste nel mostrargli che qualcosa in cui lui ha fiducia è illusorio, e cioè la sicurezza degli investimenti monetari e nel mattone, e che qualcosa che gli sembra impossibile può succedere, e cioè che la cosa che gli sembra più rischiosa, l’investimento azionario, in realtà è la scelta più sicura con il passare del tempo.

 

 

Paolo Legrenzi

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Paolo Legrenzi

Si laurea nel 1965 nell'ateneo di Padova, avendo come docente Paolo Bozzi. Prosegue il suo perfezionamento con Peter Wason e Philip Johnson-Laird, pionieri nel campo della psicologia del pensiero. Nel 1974 è ordinario presso l'Università di Trieste, dal 1988 al 1990 ha una cattedra all'Università di Ginevra, in seguito è Honorary visiting professor all'University College di Londra e visiting professor all'Università di Princeton. È membro dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, dell'Association for Psychological Science, dell'Associazione il Mulino e del nucleo di valutazione dell'Università di Aix-Marseille. Presidente del nucleo di valutazione della Scuola S. Anna di Pisa dal 1990 al 1998 e, nello stesso periodo, presidente del comitato ordinatore al San Raffaele di Milano, è professore emerito di psicologia dell'Università Ca' Foscari di Venezia. È presidente del centro di ricerca LUISS X.ITE. Negli anni scrive per i tipi di Laterza, il Mulino e Raffaello Cortina e per i quotidiani Gazzettino, Repubblica, Sole24Ore. Nel 2017 ha vinto insieme a Carlo Umiltà il Premio Sante de Sanctis con il saggio "Una cosa alla volta" (Mulino). È membro della Commissione per l’Etica della Ricerca e la Bioetica del CNR.

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